La lunga marcia verso l'alternativa

TitoloLa lunga marcia verso l'alternativa
Tipo di pubblicazioneJournal Article
Anno di pubblicazione1983
AutoriRosini, E.
JournalIl manifesto
Pagination1,3
Data27/07/1983
Full Text

Se è vero che i risultati delle recenti elezioni hanno aperto la possibilità di futuri mutamenti importanti in una situazione politica che pareva mummificata, occorre chiedersi quali condizioni debbano verificarsi perché questa possibilità si attualizzi. E ci si deve ancora interrogare davvero sulla spiegazione e le implicazioni di questo paradosso: che l'alternativa implica decisive responsabilità a un partito – quello comunista – che il 26 giugno ha perso voti rispetto al risultato elettorale del 1979, che aveva già segnato un suo grave arretramento. Sembra poco plausibile aspettarsi che un vigoroso processo di rinnovamento sia guidato da un partito la cui tendenza è declinante.
E tuttavia è vero che il Pci è uscito vincitore dalla consultaione elettorale. Vincitore, infatti, non è solo chi mette in rotta le forze avversarie ma anche chi, subendo l'attacco, lo respinge e mantiene, sia pure con qualche perdita, le sue posizioni. Nel caso, l'esito delle elezioni ha mostrato il fallimento del tentativo del Psi di modificare a suo favore i rapporti di forza tra i due maggiori partiti della sinistra in modo da conquistarne la egemonia.
Comunque, dopo il voto del 26 giugno, mi pare si possa (e si debba) affermare quanto segue, in attesa di indagini più approfondite.
a) La dislocazione dei suffragi elettorali del 1983 non è interpretabile come voto per l'alternativa (comunque la si intenda), perché non ha rafforzato la parte che ha messo in circolazione la parola. b) Si tratta, appunto, di una parola aperta a tutte le interpretazioni,e non di un progetto politico. c) Il rafforzamento del peso relativo e della capacità di attrazione del Pci, in seguito al regresso della Dc rende possibile il cammino dell'alternativa, se e quando questa parola assumerà il significato di un progetto politico. Questo discorso parrà meno sgradevole, questo giudizio meno presuntuoso, se si terrà

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conto che intendo per progetto politico non una serie di enunciati accattivanti ma un programma di governo, vale a dire un elenco coordinato di atti legislativi e amministrativi che ci si propone di adottare e di eseguire.
Caratteristica delle più gran parte dei contributi all'alternativa è, invece, quella di appartenere al genere che Aristotele definisce epidittico: quello, cioè, dei discorsi che non servono a giudicare e decidere, ma tendono a conservare e rafforzare l'adesione dell'ascoltatore ai valori già da lui accettati, o la sua fiducia in chi parla. Questo è, appunto, il tipo di oratoria preferito dagli esponenti, grandi e piccoli, dei partiti politici; che riescono a rappresentare interessi diversi e anche contrastanti facendo discorsi tanto vaghi che ognuno può intenderli a suo modo. La prima caratteristica di un progetto alternativo di governo è quella di non essere espresso in questo mod; perché è destinato non ad un pubblico di ascoltatori ma a una assemblea di cittadini deliberanti.
Per stabilire quale programma si debba proporre all'assemblea, qui e oggi, bisogna anzitutto decidere se sia un programma da attuare con gli strumenti disponibili, nella struttura economico-sociale data. Se è così (mi limito a ipotizzarlo, senza escludere che possa essere altrimenti; ciò che sottolineo è che non si può evitare questa determinazione preliminare), l'assemblea deve essere informata che non può contare su una amministrazione efficiente; che per disporne (qualunque sia il tipo di amministrazione cui si pensa) occorrono molti anni; e che, perciò, sarebbe mistificatorio proporsi, ad esempio, di far rispettare il sistema tributario vigente.
Potrà discutersi, allora, se per combattere l'evasione fiscale occorra: a) riconoscere che gli istituti di diritto tributario introdotti con la riforma di dieci anni fa sono adatti a paesi in cui la grande impresa ha, nell'organizzazione della produzione, un peso e un ruolo assolutamente determinanti, oppure a paesi che dispongono di apparati amministrativi estremamente efficienti; b) ripiegare, allora, su strumenti e criteri di imposizione più rozzi ma tali da poter essere applicati (risparmio l'esemplificazione, solo per ragioni di spazio); c) riconoscere che molti giuudizi sulle imposte indirette, entrati nel patrimonio culturale della sinistra, sono superati da analisi recenti, dai mutamenti intervenuti nella distribuzione dei redditi, dalla attuale struttura della spesa pubblica e dalle ragioni della politica economica; d) chiedersi se i redditi fondiari debbano conservare un trattamento di favore e, in caso di risposta negativa, adottare i provvedimenti del caso; e) premesso che qualunque sistema tributario ha per scopo immediato (e, se funziona, l'effetto) di ridurre i consumi privati, stabilire (per quanto lo consentano le incerte informazioni disponibili circa gli effetti delle imposte) quali consumi, e di chi, abbiano da ridursi e di quanto, e quali sono gli strumenti adatti; f) immaginarsi un'imposta da commisurarsi, piuttosto che al reddito d'impresa, al consumo delle risorse e ai relativi costi pubblici; g) abolire il segreto bancario; h) interrogarci sull'opportunità di imposte patrimoniali, ecc. Ecc.
A ciascuna di queste questioni, che ho elencato in modo assai approssimativo, e volutamente noioso, si possono dare risposte diverse; ed è così per tante altre, che un programma di governo non può ignorare. L'inflazione è da combattere con decisione, oppure ci si può convivere, e a quali condizioni e con quali conseguenze? Quali misure anti-inflazionistiche sono disponibili? Chi ne pagherebbe il prezzo? Qual'è la misura del disavanzo pubblico accettabile, nelle varie situazioni ipotizzabili? Fino a che punto sono sopportabili persistenti disavanzi nella bilancia dei pagamenti correnti? Quale relazione c'è tra la scelta di una o di un'altra soluzione di questi problemi e le scelte di politica salariale? Quali soluzioni si propongono per i gravi e urgenti problemi della spesa previdenziale? Quale assetto è da dare al potere locale a alla sua finanza? E' superfluo continuare: l'alternativa – intendo dire – consiste nella capacità di affrontare con successo questi problemi. Si può rispondere in tanti modi, ma si deve rispondere, e senza dissimulazioni, se ci si propone come alternativa di governo. Si deve rispondere dopo avere scelto il parametro di giudizio: l'interesse (non soltanto contingente) di una classe sociale, individuata in figure sociali tipiche, al quale gli altri interessi vanno subordinati. Da questa scelta (e da una adeguata informazione sui fatti) dipendono le altre, nessuna delle quali è indolore.
La enunciazione degli obiettivi non esaurisce un progetto politico. Bisogna rispondere a innumerevoli "come"? Fra le tante possibili esemplificazioni, scelgo quella della criminalità politico-amministrativa degli enti locali.
S'è ormai realizzata la distruzione del regime collegiale, che caratterizza le amministrazioni locali, mediante la delega di ampi poteri agli assessori. In tal modo si eludono spesso i controlli e sempre la garanzia della collegialità, e diventano possibili fatti come quelli di Torino. Il sindaco Novelli ha deplorato, parlando al comitato centrale del Pci la prassi delle deleghe, che lo ha messo in condizione di ignorare quanto facevano gli assessori. E' per questa dichiarazione a favore della collegialità dell'amministrazione che il Psi s'è rifiutato di appoggiare la rilezione di Novelli a sindaco di Torino.
Vedremo camminare l'alternativa quando la generica condanna del malcostume politico-amministrativo sarà sostituita dall'impegno ad adottare e a far adottare prassi amministrative diverse, quando le dichiarazioni di guerra all'evasione saranno sostituite da leggi e regolamenti in materia, e via dicendo. E contribuirebbe a farla camminare l'organizzazione di una discussione vera, avanti l'immaginaria assemblea.