Uomini - un atto

TitoloUomini - un atto
Tipo di pubblicazioneUnpublished
Anno di pubblicazione1942
AutoriRosini, E.
Institutioninedito
Full Text

UOMINI 1942
( un atto di EMILIO ROSINI )

(Una capanna sul fronte russo, un tavolo, degli sgabelli, qualche cassetta militare, un caminetto con un po' di fuoco. Al tavolo sta seduto un sottotenente. Entra un tenente).
Ten. - Be', speriamo in una notte calma. E' un pezzo che non dormo.
S.T. - Dì, ti ricordi di quando sentivamo alla radio i bollettini francesi sulle "notti calme"?
Ten. - Oh, piantala con i tuoi ricordi! (s'è tolto il cappotto, apre la sua cassetta, la richiude). Piuttosto, puoi prestarmi un foglio di carta da lettere?
S.T. - E' dentro la cassetta, ti prego, aprila tu.
Ten. - ( la apre, mentre fa questo il S.T. volge gli occhi altrove )
Non trovo niente!
S.T. - ( con aria nervosa, quasi impaurita) Ma sì, cerca, deve essere a destra. E chiudila, per piacere !...
Ten. - Ma si può sapere che hai ? (lentamente, siede di fronte all'altro)
S.T. - (Pausa, lentamente, con esitazioni) Scusami, sono un po' giù, stasera. Vedi, poco fa ho frugato sino in fondo alla cassetta per cercare una boccetta d'inchiostro, ed è venuta fuori...
Ten. - (ironico) Una lucertola ?
S.T. - No, una fotografia... Oh, una fotografia senza importanza... L'ho portata via perché... a casa non volevo lasciarla, così abbandonata...
Ten. - Una donna ?
S.T. - No... non una donna... una ragazza. Il mio primo amore... E' stato un colpo, per me, quella fotografia...
Ten. - Eh, certo è triste ricordare il tempo felice...
S.T. - No, questo non c'entra. E poi, non è stato troppo felice... sei anni fa... Ma c'è mai stato un tempo felice ? No, vedi, è il ricordare, il ricordare che è terribile. Ho quasi paura di quella cassetta: la apro, e vengono fuori, inevitabili, trionfanti, i ricordi...
Ten. - (guardando la cassetta) Un cavallo di Troia... Ma in fondo tu non sei vecchio, ne' i tuoi ricordi dovrebbero essere troppo...
S.T. - Vedi, non m'hai capito ancora. Non sono i ricordi di per sé che mi fanno paura: ma nelle cose ricordate s'incarna il tempo, il tempo, capisci? Hai mai guardato, in treno, gli alberi che corrono? Quegli alberi con una striscia bianca sul tronco, secchi e nudi nella campagna grigia, che sembrano far da guardiani ai filari di viti? Ognuno, puoi guardarlo per pochi secondi. Dì, non hai mai sentito di amarli disperatamente, quegli alberi? Non hai sofferto perché te li portavano via per sempre?
Ten. - No, mai. Io guardo altre cose: le galline, i contadini che salutano... la vita, insomma.
S.T. - E puoi guardare quei saluti che fuggono senza sentirti stringere il cuore? Senti... una volta, nell'ultima licenza, in treno presi posto in uno di quegli scompartimenti dimezzati che stanno all'estremeità delle vetture. Accanto a me c'era una ragazza, una brunetta carina e piena di sonno. Era notte. Dopo un po' qualcuno spense la luce. Io le passai un braccio dietro le spalle e le appoggiai la testa contro di me. Senza dir nulla, ci si accomodò meglio. Aveva dei capelli morbidi, senza profumo. La accarezzai, sembrava dormire. Ma non dormiva quando la baciai sulla bocca...
Ten. - (Ironico) Bene, mi compiaccio... (Pausa) E così?
S.T. - Così ci baciammo, senza parlare, finché non venne giorno. Ogni tanto ci addormentavamo – lei sulla mia spalla, io sui suoi capelli – e quando il treno fermandosi ci svegliava, ci guardavamo, nel buio, senza vederci. Quando fu giorno, si pettinò, tenendo le forcine fra le labbra. Mi guardava ogni tanto di sotto in su. Poi scese. Non mi chiese come mi chiamavo, non le chiesi il suo nome. Se me l'avesse detto, forse le avrei scritto, l'avrei cercata. Tanto dolorosamente la ricordai per molti giorni, tanto la sognai cercandola dove sapevo che non l'avrei trovata, sui viali deserti, sull'asfalto bagnato dalla pioggia. Ma se l'avessi rivista certo non la ricorderei così, come se quella fosse stata la mia più bella notte d'amore. Perché nulla, nulla, m'è così caro oggi, come quei baci al buio, senza parole... quei baci perduti...
Ten. - Ma ne avrai degli altri, più belli, forse, più dolci...
S.T. - E credi che li desideri, io, e che non saprei evocarli nel sogno, se ne avessi bisogno? No, li piango, soltanto, come un secondo me stesso. Ma di "me stesso" ce ne sono cento, mille, capisci, tutti morti passati perduti, per sempre. E chi è tanto ricco e tanto spietato da abbandonare sé stesso?
Ten. - Oh, sì, forse è possibile. Io credo che chi è capace di vivere al di fuori di sé stesso non conosca rimpianti. Nell'umanità non ci può essere passato, così come nel mare di nessuna onda può dirsi che venga prima o dopo.
S.T. - Come? Evadere da questa prigione al di fuori della quale non esiste realtà? Lasciare questa vacillante zattera per una riva ignota? (Pausa) Vedi, questo solo volevo dirti: con tanto struggimento noi ricordiamo, con tanto rimpianto ci soffermiamo sul passato, solo perché è, per sempre, passato. Perché solo nel ricordo riusciamo a vedere noi stessi, perché solo il ricordo è reale. E' fermo, è siuro. Provati un po', invece, a fermare il presente. Per esempio, il tuo sentimento in questo momento. Non ci riesci, è troppo rapido il tempo, è troppo spaventosamente rapido; come gli alberi dal treno in corsa. Moriremo, e non ci saremo accorti di esser vissuti. Non è tragico questo? Dì, non è tragico? Come passare tutta la vita in un treno che non si ferma mai.
Ten. - Se non vedi che il passato, certo non puoi credere nel futuro.
S.T. - ( come non avesse udito ) La vita non si ferma, non si ferma mai, e ciò che lasciamo – che ci lascia – lo perdiamo, per sempre. E non sono cose. E' un po' di noi stessi che lasciamo, attaccato alle cose che passano. E' un po' del nostro cuore che resta impigliato agli alberi che corrono. E' la nostra anima, l'amore e la speranza, che sulla lunga strada si dissolve, fra la neve calpestata. Per questo soffro nel ricordare, e per questo non posso farne a meno. Rivivo in ognuno degli innumerevoli atti compiuti, in ognuna delle insignificanti cose viste e vissute, un po' di me stesso, un po' della mia giovinezza perduta, a brandelli, lungo tutte le strade...
Ten. - Perduta ? Credi d'averla perduta ?
S.T. - Dov'è la sensibilità esasperata e dolorosa dei miei sedici anni? Dov'è la nascosta incompresa angoscia dei miei diciassette anni? Dove sono le siepi di acacia e gli scogli pieni di sole in cui si incarnano i miei diciotto anni? Dov'è, dimmi, l'amore dei miei diciannove? Dove l'entusiasmo...
Un soldato – ( Affacciandosi alla porta ) Signor tenente, è arrivata la posta !
Ten. - Via, vedi che qualcosa t'è restato: andiamo a vedere chi è che ancora ci vuol bene.
(Tutti escono)
Il Regista - (S'avvicina al caminetto, e si fema a contemplare il fuoco) I nostri anni perduti! Vedete queste scintilline che nascono dal fuoco per morire dopo un attimo nella nera, vuota cappa? Monachelle si chiamano al mio paese – così le chaimano i bambini che le contemplano con gli occhi sgranati ed un sospeso inconscio terrore nello sguardo. Queste monachelle, come noi, vivono distruggendosi. Oh, noi non vorremmo, no, come Giosuè, fermare il sole. Vorremmo solo poter fermare per un attimo qualcuno di quei sospiri luminosi prima che spariscano per sempre. Fermare un atomo della nostra vita. Scrutarne la realtà, il senso. Essere, per qualche istante, eterni, e poter vedere il bene e il male, soprattutto il perchè del bene e del male. Oggi sulla terra inzuppata di sangue, più profonda è l'orma del tempo e perciò più cocente sentiamo l'ansia di questa continua morte. Noi non siamo passati sulle strade, ma le strade, fango e neve e sangue, sono passate su di noi; e noi ne portiamo, ne porteremo sempre, l'impronta l'orrore l'ebbrezza. Per l'amore che portiamo a tutto ciò che è perduto, piangiamo di non esser più quelli di prima. Ma certo non sapremo e non vorremmo tornare indietro; in quel mondo che rimpiangiamo, ma in cui ci sentiremmo estranei fino al disgusto. Sacrifichiamo dunque senza dolore l'uomo vecchio, come una nuova ifigenia per una ben più gloriosa traversata. E accogliamo lo straniero che è in noi. Oh fosse veramente l'invocato, il germe, il Figlio dell'Uomo!
(Rientrano i due ufficiali, ciascuno aprendo la sua lettera. Si siedono. Dopo aver letto, il S.T. resta un po' trasognato)
Ten. - Cattive notizie ?
S.T. - Anna s'è tagliata i capelli...
Ten. - Bè, non mi sembra una cosa tragica.
S.T. - Oh, tu non puoi capire... Le trecce di Anna erano qualcosa di sicuro, di reale. Ora anche quelle sono un ricordo. Come la sognerò, adesso? E non m'ha mandato neanche una fotografia! Anche lei è diversa, è cambiata... Dio mio, anche Anna non esiste più...
Ten. - (Scattando ) Ma, santo iddio, l'affetto sarà bene una cosa ferma, no? E' la tua innamorata o tua modella?
S.T. - L'affetto! Anche le lettere hanno il sapore di morte. Mi portano notizie vecchie, parole vecchie... Le stesse parole mie che tu senti, del resto, sono parole di uno che è morto, nel momento che tu le senti...
Ten. - Ascoltami, ora, cerca i capirmi. Credi proprio di aver perduto te stesso ? Voglio dire: non ti sei mai chiesto perchè sei qui, perchè siamo qui, e non altrove? No, non voglio parlare dei motivi della guerra, e cose simili... Cerca di capirmi, ti prego. Vedi, io non so parlare, ma credo che di tutto questo ci sia una perché molto più profondo, molto più vero. Quando tornerai a casa, anche qui, su questa grande neve, sentirai di aver lasciato un po' del tuo cuore. Ma il tuo cuore è ancora grande abbastanza per soffrire, non è vero? Più grande, anzi. E allora vuol dire che non è il tuo cuore che si strugge su questa neve, ma è la neve, e la morte e la paura e la speranza che entrano a far parte del tuo cuore, di te, per sempre. Se la nostra anima avessimo lasciato lungo le strade, come abbiamo lasciato sangue e illusioni, ora non sapremmo più soffrire, piangere su noi e sugli altri. Invece, queste cose più grandi di noi che ora sono in noi, hanno reso noi più grandi, uomini nuovi, le vecchie basi non ci sostengono più, e cerchiamo disperatamente, angosciosamente, qualcosa di nuovo.
S.T. - Già, qualcosa di nuovo. Ma dove, se tutto, fatti e idee, ci sfuggono come sabbia fra le mani? Dobbiamo cercare il mondo nuovo per terra, col lanternino, come Diogene ceercava l'uomo?
Ten. - E noi forse cerchiamo qualcosa di diverso? Ma Diogene non l'ha trovato, l'uomo. Io sì. Vieni. (Lo conduce alla porta, la apre, indica fuori) Vedi quel fante imbacuccato, in piedi fra la neve? Quello è un uomo. E tu, anche tu, sei un uomo. E tutti quelli che intorno a noi dormono e sognano, e tutti quelli che nel mondo soffrono. Se cerchi la donna, quando dici di averla trovata? Quando sei innamorato, evidentemente. Così, se Diogene avesse amato l'umanità, avrebbe automaticamente trovato l'uomo. Perlomeno, in quel momento l'avrebbe trovato in se stesso. Ora, ascoltami. E' senza dubbio una maggior capacità d'amare che ci distingue dagli altri, da quegli altri ch noi eravamo prima. Oggi io non sono io, tu non sei tu: siamo la guerra. E tutta la sentiamo in noi. L'odio, sentiamo – ma non soltanto il nostro: anche quello di chi ci sta di fronte, odio che è fatto, come il nostro, di umanità e di patimento. Paura, nostra e loro, paura fisica della sofferenza e della morte. Sete di giustizia, nostra e loro, perché in ogni uomo che soffre, anche nel ladrone sulla croce, c'è sete di
giustizia.
S.T. - Oh, non parlarmi di giustizia. Ne ho paura! Ti domando: chi ha mai il diritto di esser giusto? Chi di credersi salvo di fronte a una giustizia?
Ten. - No, non per accusare siamo qui, ma per espiare. Colpe ignote, colpe di ieri e di domani. Chi nel peccato ha distrutto l'umanità che ha in sè, nulla ha da offrire in espiazione. Siamo così legati gli uni agli altri, così immersi nel medesimo flutto, che la colpa non può dividerci, come non può dividerci l'odio.
S.T. - Ma una frontiera, una trincea ci separa...
Ten. - Non ci separa, ma ci accomuna in una medesima sofferenza. Più lontano, sulla neve, potresti vedere un'altra figura ugualmente grigia, ugualmente inflessibile. E' anche lui un uomo, che la rovina d'un mondo schiaccia sotto le sue macerie. Sotto diverse bandiere, siamo tutti soldati d'uno stesso esercito, un esercito di sansoni che scuote le colonne del passato. Che importa se questa maggiore capacità d'amare non ci fa felici? Ogni respiro d'amore umano, ogni gesto che esso c'ispira, torna all'umanità, e l'arrichisce. Non credi?
S.T. - ( A bassa voce ) Vorrei soltanto non essere solo!
Un soldato - ( Entrando ) Signor tenente, la stazione radio sta ricevendo.
Ten. - Vengo. Tu vai a dormire: hai bisogno di riposo. ( esce )
(Uscito il Ten., il S.T. si sdraia sul pagliericcio. Apparizione della Signorina )
Signorina – Ma, ditemi, come son giunta sin qua. Oh, che freddo! Ma dove sono? Ditemi...
Il Regista – Non v'impressionate, signorina: non ci starete a lungo, ve n'andrete subito, io credo. Ora vi spiego: Voi... siete un sogno.
Signorina – Oh, siete molto gentile, ma...
Il Regista – Non fraintendete, non era un complimento. Non siete un sogno perché siete bella, ma siete bella perché siete un sogno. Tutta la vostra bellezza, la vostra grazia, la vostra femminilità, sono questi uomini che ve la danno, questi uomini sporchi che dormono sulla paglia. Dite, signorina: siete mai stata con un uomo sulla paglia? Oh, ma che dico: certo voi siete vergine, signorina...
Signorina – M'vete fatta venir qui per dirmi queste insolenze? E poi, vi sembra che sia un posto adatto per me questo, con tutti questi uomini?
Il Regista – Ma se siete stata creata da loro! E voi, avete mai dato loro qualcosa? Avete mai capito cosa significa "dare"? Oh, siete bella, signorina, e siete pura, troppo pura!... Andate, andate, non v'avvicinate a lui, non turbatelo. Tornate alla vostra bella comoda casa, con le finestre ben chiuse, perché non entri il freddo e non si sentano le oscenità gridate dai ragazzacci infreddoliti per la strada. Andate... (La conduce via per mano. Sale dalla platea un giovanotto)
Giovanotto – Ma vi sembrano cose da dire in teatro, codeste? Il teatro dev'essere moralità, educazione, conservazione e potenziamento dei valori spirituali autctoni! A noi giovani il compito...
Il Regista – Ah, voi siete un giovane! Adesso capisco! L'avete sentito come dice bene "potenziamento"? Ma questo è niente! Dovreste sentirlo pronunciare le parole "disposizione", "direttive": sono i suoi cavalli di battaglia, i suoi ideali. Io me l'immagino, questo giovane, quand'era bambino, dire le poesie davanti alle amiche della mamma!
Giovanotto – Adesso basta, vero?
Il Regista - ( Con ira ) Si, basta. (Con voce carica di disprezzo, ma smorzata) Uscite, uscite, gerarca di domani, mercante nel tempio! (Mentre parla, avanza contro di lui, costringendolo a uscire rinculando. Poi torna indietro. Con ira) Mi farei frate, perdio, pur di vedere uno di questi giovani prendere a sassate un lampione!
(Entra un signore)
Signore – Dov'è mia figlia? L'ho vista entrar qui, l'ho vista entrar qui, vi dico. Voi, rendetemi conto di tutto questo.
Il Regista – Un momento, signore. Voi, piuttosto, come avete fatto ad arrivare sin qua?
Signore – Questo non vi riguarda. Ad ogni modo, sappiate che a me tutto è permesso.
Il Regista – Ah, vi riconosco! Voi siete il Re del mercato, il principe delle società anonime, il divo degli azionisti. Questo, signori, è il più stupefacente spettacolo della natura. Come i gigli della parabola, egli non semina e non miete, eppure è ben più ricco e potente di Salomone. Il denaro lavora per lui! "A ciascuno il suo" egli grida. Per forza, tutto è suo!
Signore – Calmatevi, giovanotto, chi credete di essere ?
Il Regista – Dite la verità, signore, voi non siete arrivato qui per caso o per magia. Eravate in giro da queste parti, vero? Forse per acquistare qualche lotto di questa terra, da coltivare dopo la vittoria, eh? Certo, certo, i cadaveri sono un buon concime!
Signore – Mi sembra che dovreste avere un maggior senso della disciplina, specie in questi tempi...
(Il S.T. Si muove nel pagliericcio)
Il Regista – Sssss, lo svegliate ( Conduce via il Signore. Poi torna da solo verso il S.T., e si ferma accanto a lui, con affettuosa dolcezza) Dorme. E nel sonno lo perseguita ancora la maledizione del sogno. Possa tu sognare realtà sconosciute, pure forme, che poiché non sono, appunto per questo inevitabilmente saranno...
(Lo sorprende un improvviso rumere di aerei. Raffiche di mitraglia. Il S.T. si alza, mette l'elmetto, esce. Bombe, e ancora raffiche. La luce diminuisce fin quasi a spegnersi, poi lentamente aumenta fina a raggiungere grande intensità. Gli aerei s'allontanano. Rientra, a testa bassa, il S.T. Dietro di lui, un soldato)
S.T. - E' morto. Così, senza una parola, quasi senza accorgersene. Ma credo che il passaggio non l'abbia sorpreso. Aveva ormai raggiunto la serenità, la certezza.
Il soldato – Ecco che aveva in tasca, signor tenente. In mano aveva il messaggio ricevuto poco fa.
S.T. (dopo aver letto) Domani ci sposteremo: dobbiamo esser pronti prima dell'alba. Ci sono stati altri morti?
Il soldato – No, signor tenente, solo tre feriti. Avete altri ordini?
S.T. - Senti... Stanotte stessa seppellirete il corpo del tenente. Scavate nella neve, una buca profonda, finchè non troverete la terra. Lì adagiatelo, con la bocca contro la terra, perchè parli ancora, perchè non si senta solo. A primavera, tutte le erbe della steppa parleranno in suo nome...
Il soldato – Si potrebbe segare quest'albero qua dietro...
S.T. - No, non è necessario, ci si devono posare i passeri. E poi, lasciamo che a primavera questo povero villaggio abbia un albero fiorito. Perchè la primavera verrà, no? Tu che ne dici?
Il soldato – Certo che verrà, signor tenente. E' forse la sola cosa di cui si possa essere sicuri. Viene ogni anno, la primavera, anche se ogni anno ci sembra qualcosa di nuovo.
S.T. - Già, qualcosa di nuovo... In fondo, l'inverno serve pure a qualcosa.

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